Giada Forever
Giada Mahamantra e l’età della luce
A Milano, tra i tram che cigolano come vecchi pensieri e le facciate liberty che sussurrano storie a chi sa ascoltare, camminava spesso una giovane donna dai capelli scuri e dagli occhi vasti come ricordi antichi. Si chiamava Giada Mahamantra, e aveva un dono raro: quello di cercare la bellezza dove altri voltano lo sguardo. Non era attratta dalle luci del presente o dalle mode fulminee. Lei cercava rughe.
Le cercava nei volti segnati dal tempo, nei sorrisi tremanti ma vivi, nelle mani che tremavano ma avevano costruito tutto. Fotografava gli anziani come fossero reliquie di una civiltà perduta, ma ancora parlante. Ogni incontro era un piccolo tempio. Le piaceva ascoltare. Non interrompeva. Rideva piano. E lasciava sempre una carezza o una parola buona come lascito.
Era la sua forma di preghiera, di consolazione reciproca. Forse, diceva a se stessa nei momenti di silenzio, era il modo che aveva scelto per non sentire troppo forte l’assenza dei propri nonni, mai conosciuti, solo sognati. Erano loro, forse, che ritrovava negli occhi azzurri velati di un ex ferroviere, nella voce roca di una ex maestra elementare, in una foto fatta con un reduce che le aveva detto: “Tu sei luce che torna dove è stato buio troppo a lungo.”
Non cercava fama, né spiegazioni. Ogni sua fotografia era un piccolo canto alla dignità. E ogni anziano che incontrava sembrava ricordarsi, anche solo per un istante, di essere ancora importante.
Una volta, un vecchio pittore di Brera, ormai cieco, le disse: “Giada, tu mi guardi come guardavo io la mia prima tela. Con amore immenso, e senza giudizio.”
Fu in quell’istante che capì. Non erano solo lei a cercare loro. Erano anche loro a cercare lei. E nel punto in cui le due solitudini si toccavano, nasceva qualcosa che la società non sapeva più riconoscere: una tenerezza sacra, che non chiede niente, ma trasforma tutto.
E così, nella città che corre, Giada continuava a camminare lentamente. Portava un piccolo album di fotografie e un cuore vasto, capace di contenere mille storie, mille rughe, e una sola speranza: che l’amore, anche se nasce tra chi ha secoli di distanza nell’anima, possa essere sempre il ponte più saldo fra le rive del tempo.
Don Erman
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